• Architettura Marocchina

L’Architettura del Marocco – Storia ed Evoluzione

In Marocco l’architettura non si capisce davvero partendo dalle facciate. Bisogna guardare ciò che sta dietro: la scelta dei materiali disponibili, la necessità di proteggersi dal caldo e dal freddo, la gestione dell’acqua, il modo in cui le città hanno assorbito secoli di passaggi e influenze senza perdere una propria coerenza. È una tradizione che si è formata per stratificazioni, come una parete lavorata a mano: ogni epoca aggiunge un livello, ma quello che c’era prima continua a respirare. Per questo l’architettura marocchina non è una “somma di stili”, bensì un sistema che evolve mantenendo alcuni cardini: la materia locale (terra, pietra, calce), la ricerca di ombra e freschezza, il gusto per le superfici che dialogano con la luce, e una cultura dell’abitare che privilegia spazi raccolti, protetti, spesso organizzati attorno a corti e giardini. È anche il motivo per cui, oggi, molti la leggono come una lezione contemporanea: non perché sia “di moda”, ma perché è nata sostenibile, prima ancora che esistesse la parola.

Le Radici Antiche: Dagli Amazigh All’impronta Romana

Le fondamenta dell’architettura marocchina si trovano nella relazione diretta con il territorio. Prima dei grandi centri imperiali e prima delle forme classiche dell’età islamica, le popolazioni amazigh sviluppano un modo di costruire essenziale e intelligentissimo: usare la terra perché è disponibile, modellarla in spessori generosi per creare inerzia termica, ridurre le aperture per proteggere gli interni, organizzare insediamenti capaci di difendersi e durare nel tempo. È qui che nascono le architetture in terra cruda, pisé e adobe, che segnano ancora oggi l’immaginario del sud marocchino, tra valli e altopiani presahariani.

Ait Benhaddou - L'Antica Città della Terra Cruda

Ait Benhaddou – L’Antica Città della Terra Cruda

Il ksar (villaggio fortificato) è la sintesi più eloquente di questa tradizione. Il caso più celebrato, anche perché straordinariamente leggibile nella sua forma, è il Ksar di Aït-Ben-Haddou, in provincia di Ouarzazate, Marocco: un insieme di edifici in terra raccolti entro mura e torri, che UNESCO descrive come esempio emblematico dell’habitat tradizionale presahariano. Poi arriva il Mediterraneo imperiale. Nel nord del Marocco, Roma non cancella ciò che esisteva: innesta nuove tecniche e un diverso modo di organizzare lo spazio urbano. La regione entra nella sfera romana come Mauretania Tingitana, con capitale Tingis (l’odierna Tangeri, Marocco) e una rete di centri che includono siti come Volubilis. L’influenza romana tende a concentrarsi soprattutto nelle aree più accessibili come costa e principali città, mentre l’interno resta spesso gestito attraverso alleanze e capi locali. 

Sito Archeologico Romano di Volubilis, Marocco

Sito Archeologico Romano di Volubilis, Marocco

Volubilis, oggi sito UNESCO, è interessante proprio perché mostra questa doppia natura: da un lato la romanizzazione (impianto urbano, edifici pubblici, abitazioni), dall’altro il fatto di trovarsi “ai margini” dell’Impero, in una zona di contatto tra cultura romana e tradizioni locali. È qui che l’uso della calce e delle malte mediterranee diventa più sistematico: intonaci, pavimenti e infrastrutture legate all’acqua entrano nel repertorio tecnico dei centri romanizzati. Il punto, però, non è attribuire tutto ai Romani: è capire che questa fase lascia una traccia “operativa”, fatta di cantieri, soluzioni idrauliche e cultura delle malte, che si deposita nel territorio e continua a influenzare le pratiche locali anche oltre la presenza politica romana. In altre parole: il Marocco antico non è una tabula rasa che cambia padrone. È un paesaggio costruito che assorbe, seleziona e conserva.

La Nascita dell’Identità Islamica

Quando l’Islam raggiunge il Marocco, tra il VII e l’VIII secolo, il paesaggio costruito non cambia da un giorno all’altro. Le tecniche della terra, l’uso della calce, il rapporto con il clima sono già lì, sedimentati da secoli. Quello che cambia, lentamente, è il modo di pensare lo spazio. Le nuove città che prendono forma: Fès, fondata alla fine dell’VIII secolo, e più tardi Marrakech, capitale almohade, non si sviluppano come scenografie aperte verso l’esterno. Al contrario, si organizzano verso l’interno. Le strade si stringono, le facciate diventano quasi mute, e tutta la ricchezza si sposta dentro: nei cortili, nei giardini, nelle stanze che ruotano attorno a un vuoto centrale.

Tradizionale Riad Marocchino

Tradizionale Riad Marocchino

È in questo contesto che nasce il riad, forse la tipologia più rappresentativa dell’architettura marocchina. Una casa costruita intorno a una corte, spesso con una fontana o un piccolo giardino, dove l’aria circola, la luce filtra dall’alto e il rumore della città resta fuori. Non è solo una soluzione climatica, ma anche una scelta culturale: lo spazio domestico come luogo protetto, raccolto, intimo. Chi attraversa oggi la medina di Fès, Marocco, o i quartieri storici di Marrakech riconosce ancora questo principio. Dall’esterno nulla lascia intuire la complessità che si nasconde oltre una porta. Poi si entra, e lo spazio si apre all’improvviso: colonne, arcate, superfici decorate, acqua che scorre lentamente. È un’architettura che non si mostra, ma si rivela.

L’elemento che più di ogni altro organizza questi ambienti è proprio l’acqua. Non come semplice ornamento, ma come vero strumento progettuale. Nelle corti delle moschee, nei palazzi reali, negli hammam, l’acqua rinfresca l’aria, riflette la luce, costruisce assi visivi e pause. La grande moschea al-Qarawiyyin di Fès, Marocco, una delle più antiche università del mondo islamico, ne è un esempio emblematico: cortili e vasche non sono aggiunte decorative, ma parti strutturali dell’organizzazione spaziale.

Moschea al-Qarawiyyin di Fès, Marocco

Moschea al-Qarawiyyin di Fès, Marocco

Accanto all’acqua entra in scena la geometria. Non come esercizio astratto, ma come linguaggio condiviso. I motivi che rivestono pareti e fontane non raccontano immagini, ma costruiscono ordine: stelle, poligoni, intrecci che si ripetono all’infinito. È in questa fase che si diffonde lo zellige, il mosaico marocchino composto da migliaia di piccole tessere tagliate una per una e ricomposte secondo schemi rigorosi. A partire dall’epoca merinide, tra XIII e XIV secolo, Fès diventa uno dei grandi centri di questa arte, che ancora oggi viene praticata quasi senza variazioni rispetto al Medioevo.

La calce diventa il materiale dominante: intonaco, supporto decorativo, superficie finale. Su di essa si modellano stucchi sottilissimi, si incidono arabeschi, si costruiscono cornici che sembrano ricamate nella parete. Nei soffitti e nei portali appare il cedro dell’Atlante, intagliato con una precisione che unisce resistenza strutturale e raffinatezza ornamentale. Ed è proprio negli spazi più delicati che nasce una delle invenzioni più originali di questa tradizione: il tadelakt. A Marrakech, negli hammam e nei palazzi, la calce viene lavorata fino a diventare una superficie continua, lucida e impermeabile. Non per mezzo di additivi o rivestimenti sovrapposti, ma attraverso un processo lento di compressione e lucidatura, completato con il sapone nero ricavato dall’olio d’oliva.

Gli Artigiani del Marocco: Custodi del Sapere

Se l’architettura marocchina ha attraversato i secoli senza perdere coerenza, il merito non è soltanto delle forme o dei materiali. È soprattutto delle persone che, generazione dopo generazione, hanno continuato a costruirla nello stesso modo. In Marocco, più che altrove, l’edificio non è mai stato il risultato di un disegno astratto: nasce dal cantiere, dalla bottega, dal dialogo quotidiano tra chi conosce la materia e chi la trasforma.

Qui opera il Mâalem, il maestro artigiano. Non un semplice esecutore, ma la figura che governa il sapere tecnico dell’architettura tradizionale. Il suo lavoro non consiste nel replicare modelli, ma nel leggere ogni situazione: l’umidità dell’aria, la qualità della calce, il tempo necessario prima di intervenire. In assenza di manuali o ricette scritte, tutto passa attraverso l’esperienza. Il sistema di formazione è rimasto sorprendentemente stabile. Si entra in bottega da ragazzi, spesso per legami familiari o di quartiere. All’inizio si osserva. Poi si prepara la materia, si puliscono gli strumenti, si ripetono gesti minimi per mesi, per anni. Solo più tardi arriva il contatto diretto con la superficie. Diventare Mâalem non è un passaggio formale: è un riconoscimento tacito, che arriva quando il maestro più anziano decide che l’allievo sa ormai “ascoltare” la materia.

Mâalem maestro artigiano marocchino

Mâalem maestro artigiano marocchino

Ogni tecnica ha i suoi specialisti. A Fès, da secoli, si formano i maestri dello zellige, capaci di comporre mosaici complessi partendo da frammenti irregolari. Le loro botteghe si trovano ancora oggi lungo il perimetro della medina, dove pile di tessere smaltate aspettano di essere trasformate in geometrie perfette. Qui il lavoro non è mai veloce: un grande pannello può richiedere settimane di composizione paziente, con una precisione che non tollera errori. Negli stessi quartieri lavorano i maestri dello stucco scolpito, che modellano superfici di calce ancora umida con piccoli ferri affilati. Le volte delle madrase, le nicchie delle moschee, le cornici dei palazzi reali portano ancora i segni di queste mani. Nessun motivo è veramente identico a un altro, perché ogni incisione nasce dal ritmo del gesto, non da una matrice industriale.

A Marrakech, invece, il sapere più legato all’acqua si concentra intorno agli antichi hammam. Qui opera il Mâalem del tadelakt. Il suo lavoro è forse uno dei più delicati: la superficie deve diventare impermeabile senza perdere traspirazione, compatta senza diventare rigida. La calce viene stesa, compressa, lucidata più volte, poi trattata con il sapone nero ottenuto dall’olio d’oliva. Ogni passaggio modifica lentamente la struttura del materiale, fino a trasformarlo in una pelle continua, capace di resistere al vapore e all’uso quotidiano. In questi spazi si capisce quanto l’architettura marocchina sia un’arte collettiva. Un hammam, un riad, una fontana monumentale non sono mai il risultato di una sola mano. Lo zellige protegge le superfici basse, il tadelakt sigilla le parti umide, lo stucco alleggerisce le pareti alte, il legno di cedro costruisce soffitti e portali. Ogni Mâalem interviene nel momento giusto, seguendo una sequenza che si è raffinata nel corso dei secoli.

Villa Nadia hammam privato in tadelakt

Hammam in Tadelakt

Eppure, proprio negli stessi decenni, comincia lentamente una nuova fase. Il restauro delle medine storiche, il ritorno di interesse per i riad, la nascita di una nuova attenzione internazionale verso i materiali naturali riportano al centro figure che sembravano destinate a scomparire. A Marrakech, nei quartieri della Kasbah e intorno alle antiche mura, riaprono cantieri dove giovani apprendisti tornano a lavorare accanto ai maestri anziani. Architetti stranieri arrivano per osservare, imparare, invitare questi artigiani a lavorare fuori dal Marocco. Così il sapere del Mâalem ricomincia a viaggiare. Non come stile da esportare, ma come metodo: attenzione al clima, rispetto per la materia, costruzione lenta. Ed è proprio questa trasmissione, fragile ma tenace, che permette oggi all’architettura marocchina di entrare nel mondo contemporaneo senza perdere la propria anima.

L’Architettura Marocchina Oggi

Nel corso del Novecento l’architettura marocchina attraversa una fase delicata. L’urbanizzazione rapida, il periodo coloniale e l’introduzione diffusa di cemento, piastrelle industriali e intonaci prefabbricati modificano profondamente il modo di costruire. Molte tecniche tradizionali vengono considerate lente, incompatibili con i nuovi ritmi, e progressivamente abbandonate. In numerosi quartieri storici il rapporto secolare tra materia, clima e forma si indebolisce, e intere generazioni di artigiani rischiano di non trasmettere più il proprio sapere. Per alcuni decenni sembra che questa lunga tradizione stia per interrompersi.

Poi, lentamente, a partire dagli ultimi decenni del secolo, inizia un processo inverso. Il restauro delle medine di Fès e Marrakech, la valorizzazione dei grandi complessi storici e la rinascita dei riad riportano al centro l’attenzione per i materiali naturali e per le tecniche artigianali. Architetti e restauratori riscoprono la qualità delle superfici in calce, l’efficacia delle soluzioni climatiche tradizionali, la capacità dell’architettura antica di offrire comfort senza ricorrere a dispositivi artificiali. In questo contesto rinascono molte discipline: lo zellige torna a rivestire fontane e corti, lo stucco scolpito viene nuovamente utilizzato nei restauri più attenti, il legno di cedro riprende un ruolo strutturale e decorativo. Anche il tadelakt, per secoli confinato agli hammam, ritrova una nuova centralità come tecnica per gli spazi dell’acqua, apprezzata per la sua impermeabilità naturale e per la qualità sensoriale delle superfici.

Parallelamente, l’architettura marocchina entra in dialogo con il mondo contemporaneo. Progetti moderni, hotel, spa e residenze reinterpretano il linguaggio tradizionale senza limitarvisi. Le corti interne tornano a essere dispositivi climatici, le superfici continue sostituiscono rivestimenti industriali, i materiali locali vengono integrati con strutture contemporanee. La tradizione non viene copiata, ma usata come base per nuove sperimentazioni. Non mancano le ambiguità. Accanto a restauri rigorosi e progetti consapevoli, proliferano versioni semplificate e prodotti industriali che imitano l’aspetto delle tecniche antiche senza condividerne i principi. È proprio questo contrasto, però, a rendere più chiaro il valore dell’originale.

Oggi l’architettura marocchina si trova in una posizione singolare. Non è un’eredità immobile, né un semplice repertorio decorativo. È un sistema vivo, capace di dialogare con la sostenibilità, con la bioedilizia, con le esigenze dell’abitare contemporaneo. In un’epoca che cerca nuovi modelli di costruzione, il Marocco offre una lezione rara: che il futuro dell’architettura può nascere anche da una continuità lunga secoli, fondata sulla materia, sulla tradizione e sulla mano dell’uomo.