Le Origini: Dalla Domus al Riad
L’idea di organizzare l’abitazione attorno a uno spazio centrale non nasce in Marocco. Le sue origini affondano nella tradizione urbana del mondo antico, in particolare nella domus romana, dove l’atrio e il peristilio costituivano il cuore della vita domestica. Attorno a questi cortili si distribuivano gli ambienti principali, mentre l’acqua, le vasche e i giardini interni svolgevano già una funzione climatica oltre che ornamentale. Nel Nord Africa romano questo modello si diffuse ampiamente. Siti come Volubilis, vicino a Meknès, conservano ancora oggi esempi eloquenti di case patrizie organizzate intorno a corti pavimentate, con impluvi, mosaici e sistemi idraulici sofisticati. La casa introversa, chiusa verso l’esterno e aperta verso il proprio centro, era già allora una risposta efficace al clima caldo e alla densità urbana.

Il Centro del Riad Marocchino
Con la progressiva islamizzazione del Maghreb e l’arrivo delle influenze andaluse tra il IX e il XIII secolo, questo schema antico venne reinterpretato alla luce di nuovi valori culturali e religiosi. La casa si fece ancora più riservata, la separazione tra spazio pubblico e spazio privato divenne un principio fondamentale, e la corte interna assunse un ruolo centrale non solo dal punto di vista climatico, ma anche simbolico. Nel mondo islamico occidentale la casa a patio si trasformò nel riad, termine che deriva dall’arabo riyāḍ, “giardini”. Il giardino interno non era più soltanto un dispositivo funzionale, ma un’immagine del paradiso coranico: uno spazio protetto, ordinato, attraversato dall’acqua e dalla vegetazione, concepito come rifugio dalla polvere, dal rumore e dalla luce eccessiva della strada.

Vegetazione all’interno del Riad
Nelle grandi medine di Fès, Marrakech e Tétouan, questa tipologia si consolidò nei secoli come modello dominante dell’abitare urbano. Le facciate rimasero volutamente sobrie, mentre all’interno si sviluppò una straordinaria ricchezza di superfici: intonaci in calce levigata, zellige policromi, stucchi scolpiti e soffitti in legno di cedro. L’architettura smise di essere un gesto verso l’esterno e divenne un’arte dell’intimità. Così, attraverso una continuità sorprendentemente lunga, la domus romana trovò nel riad marocchino una delle sue più raffinate discendenze. Un modello antico, trasformato dalla cultura islamica, che avrebbe continuato a evolversi fino ai nostri giorni.
L’Architettura Naturale del Riad
Prima ancora di essere una forma dell’abitare, il riad è una risposta climatica estremamente sofisticata. In un territorio segnato da estati torride, forti escursioni termiche e luce intensa, la casa a corte diventa un vero dispositivo ambientale, capace di regolare temperatura, umidità e ventilazione senza alcun ausilio meccanico. Il principio è semplice e insieme geniale. Tutto ruota attorno al patio centrale, uno spazio vuoto che funziona come polmone della casa. Durante il giorno l’aria calda sale lungo le pareti interne e viene espulsa verso l’alto, mentre dalle aperture inferiori entra aria più fresca. Di notte, quando le temperature si abbassano, le superfici murarie, spesse e massicce, rilasciano lentamente il fresco accumulato, stabilizzando il microclima degli ambienti.

La Fontana al Centro del Riad
L’acqua gioca un ruolo decisivo in questo equilibrio. La fontana al centro del cortile, spesso alimentata da un sistema idraulico tradizionale, non è soltanto un elemento decorativo. L’evaporazione contribuisce ad abbassare la temperatura dell’aria, mentre il suono continuo dell’acqua crea una barriera acustica naturale che isola la casa dal rumore della strada. In molte abitazioni storiche, vasche, canaletti e piccole cascate compongono una vera e propria architettura dell’umidità controllata.
Anche la luce viene trattata come un materiale. Le aperture verso l’esterno sono minime, mentre il patio concentra e diffonde una luminosità morbida, riflessa dalle superfici chiare degli intonaci. La calce, con il suo colore naturale e la sua capacità di riflettere la radiazione solare, amplifica questo effetto, riducendo l’abbagliamento e mantenendo gli ambienti visivamente freschi. L’ombra, più che la luce diretta, diventa il vero elemento progettuale. Le superfici continue svolgono una funzione altrettanto importante. Intonaci in calce, tadelakt nelle vasche e nelle zone umide, pavimenti minerali contribuiscono a regolare l’umidità interna grazie alla loro naturale traspirabilità. A differenza dei rivestimenti impermeabili moderni, questi materiali permettono alle pareti di “respirare”, evitando condense e mantenendo un equilibrio igrometrico stabile.

Riad con Piscina al Centro
In questo sistema ogni elemento è parte di un insieme coerente. Il cortile non è un semplice spazio aperto, la fontana non è un ornamento, la calce non è un rivestimento neutro. Tutto concorre a costruire una casa che funziona come un organismo, capace di adattarsi al clima con mezzi minimi e con un’efficienza che ancora oggi sorprende. Molto prima che si parlasse di architettura bioclimatica o sostenibile, il riad aveva già messo in pratica una forma avanzata di progettazione passiva. Un sapere lento, stratificato nei secoli, che trasformava i limiti ambientali in qualità spaziali. È in questo equilibrio silenzioso tra aria, acqua, luce e materia che si rivela una delle lezioni più attuali dell’architettura marocchina.
I Materiali Tradizionali del Riad Marocchino
Nel riad, l’architettura non si separa mai dalla materia. Le pareti, i pavimenti, i soffitti non sono superfici neutre da rivestire, ma luoghi in cui si deposita una lunga storia di tecniche, gesti e saperi artigiani. Ogni spazio è il risultato di un equilibrio sottile tra funzione, clima e tradizione, costruito attraverso materiali scelti non per ornamento, ma per necessità e durata.
La base di tutto è la calce. In particolare, nelle regioni di Marrakech e dell’Alto Atlante, si sviluppa fin dall’epoca romana una calce di qualità eccezionale, ottenuta da calcari locali cotti lentamente in forni tradizionali. Questa “calce di Marrakech”, celebre per la sua finezza e la sua resistenza all’acqua, diventa il legante principale dell’architettura domestica: intonaci, stucchi, superfici levigate nascono da questo materiale semplice e insieme straordinario. Su questa base prende forma una delle tecniche più emblematiche della cultura marocchina: il tadelakt. Nato proprio a Marrakech negli ambienti degli hammam e dei palazzi, il tadelakt è una calce lavorata fino a diventare impermeabile grazie a un processo lungo e interamente manuale. La superficie viene compressa con pietre levigate e trattata con sapone nero a base di olio d’oliva, fino a trasformarsi in una pelle minerale continua, lucida e morbida al tatto. Nel riad, il tadelakt trova il suo posto naturale nelle vasche, nelle fontane, nei bagni e talvolta nei rivestimenti dei cortili interni. Non è solo una scelta estetica. La sua capacità di resistere all’acqua, di traspirare e di invecchiare senza degradarsi lo rende perfetto per uno spazio in cui umidità, evaporazione e contatto diretto con l’acqua sono elementi quotidiani. La superficie continua, priva di fughe, amplifica inoltre la sensazione di unità dello spazio, facendo della materia stessa un elemento architettonico.

Salotto Interno del Riad Marocchino
Accanto alla calce levigata, il riad accoglie un’altra arte fondamentale: lo zellige. Questo mosaico ceramico, composto da migliaia di tessere tagliate una a una, riveste tradizionalmente le parti basse delle pareti, le vasche delle fontane, i pavimenti dei cortili. La sua funzione è duplice. Da un lato protegge le superfici dall’acqua e dall’usura, dall’altro costruisce un linguaggio geometrico di straordinaria complessità. Nato e perfezionato soprattutto a Fès tra il XIII e il XV secolo, lo zellige traduce in forma architettonica i principi della geometria islamica: ripetizione, simmetria, infinito. I motivi non sono mai puramente decorativi. Organizzano lo spazio, guidano lo sguardo, dialogano con la luce riflessa dall’acqua. Nel riad, lo zellige segna spesso la soglia tra il mondo minerale delle superfici e il vuoto luminoso della corte.
Sopra queste superfici colorate si sviluppa l’universo più delicato dell’architettura marocchina: lo stucco scolpito, o gebs. Modellato direttamente sulla calce ancora fresca, inciso con strumenti sottilissimi, lo stucco riveste cornici, nicchie, archi e fasce superiori delle pareti. Motivi vegetali, calligrafie, intrecci geometrici si susseguono senza mai sovraccaricare lo spazio. La sua funzione non è soltanto ornamentale: alleggerisce visivamente le superfici alte, diffonde la luce, costruisce una transizione morbida tra parete e soffitto.

Centro del Riad di Fès
A completare questo sistema interviene il legno intagliato, quasi sempre cedro proveniente dalle foreste del Medio Atlante. Resistente agli insetti e profumato, il cedro viene utilizzato per soffitti, porte, balconate interne, mashrabiyya. I grandi soffitti dipinti e intagliati, che ancora oggi si ammirano nei riad storici di Fès e Marrakech, non sono semplici elementi decorativi: contribuiscono all’isolamento termico, regolano l’acustica, introducono una dimensione calda e tattile in un universo dominato dalla pietra e dalla calce. Talvolta il colore entra direttamente nella materia. Terre naturali, ocra, rossi ferruginosi e neri minerali vengono miscelati alla calce per ottenere superfici tinte in massa, capaci di riflettere la luce in modo morbido e profondo. È così che nasce il celebre rosso di Marrakech, colore identitario della città, che ancora oggi riveste mura, cortili e terrazze.
Il Riad Oggi: Esempio per la Bioedilizia Moderna
Nel corso del Novecento il destino del riad sembra per un momento interrompersi. L’espansione urbana, l’introduzione di modelli abitativi occidentali e l’uso sempre più diffuso di materiali industriali trasformano profondamente le medine. Molte case a corte vengono abbandonate, suddivise, alterate. Il sapere che per secoli aveva regolato il rapporto tra spazio, clima e materia rischia di disperdersi. Eppure, proprio quando questa tradizione appare più fragile, inizia una lenta rinascita.
A partire dagli ultimi decenni del secolo, il restauro dei centri storici e la riscoperta dei riad come residenze e luoghi di ospitalità riportano al centro dell’attenzione un modo di abitare sorprendentemente attuale. Architetti, restauratori e nuovi proprietari comprendono che quelle case antiche offrono qualcosa che l’architettura moderna fatica spesso a costruire: comfort naturale, equilibrio climatico, silenzio, intimità. Ottimo esempio di questo sono il restauro del Riad Lak Lak e del Riad El Fenn. Il riad torna così a vivere, non come reliquia.
Le corti interne vengono restaurate, le fontane riprendono a scorrere, le superfici in calce tornano a respirare. Lo zellige protegge ancora le vasche e i pavimenti, lo stucco scolpito ridisegna cornici e archi, il cedro intagliato ricostruisce soffitti e balconate. E il tadelakt, nato secoli prima negli hammam di Marrakech, ritrova un ruolo centrale nei bagni, nelle spa, nelle zone d’acqua, apprezzato oggi come soluzione tecnica naturale prima ancora che come superficie decorativa.
Accanto ai restauri filologici, compaiono nuove interpretazioni. Il linguaggio del riad dialoga con l’architettura marocchina e l’architettura contemporanea: strutture leggere, grandi aperture verso l’alto, superfici continue che reinterpretano le tecniche antiche senza copiarle. In molti progetti recenti, il patio torna a essere un dispositivo climatico, la calce sostituisce rivestimenti sintetici, l’acqua torna a regolare lo spazio. Il riad dimostra oggi qualcosa di raro: che un modello abitativo antico può parlare direttamente al presente. In un’epoca che riscopre la bioedilizia, la ventilazione naturale, i materiali traspiranti, questa architettura costruita secoli fa appare sorprendentemente moderna. Non per stile, ma per intelligenza. Alla fine, il riad non è soltanto una casa storica del Marocco. È una lezione di architettura senza tempo.



