Le Città Romane del Marocco
Volubilis, Lixus, Banasa
Quindi per quasi tre secoli, una parte del Marocco fece parte a pieno titolo del mondo romano. Non come avamposto secondario, ma come provincia organizzata, fertile, collegata ai traffici mediterranei. La Mauretania Tingitana, questo il nome ufficiale, rappresentava il limite occidentale dell’Impero, oltre il quale iniziava un territorio ancora in gran parte sconosciuto.Qui Roma non si limitò a presidiare. Costruì.

Volubilis, ai piedi del monte Zerhoun
Strade, ponti, acquedotti, città intere sorsero in una regione che già conosceva forme urbane precedenti, ma che con l’arrivo romano vide diffondersi un modo nuovo di abitare, di gestire l’acqua, di lavorare la calce. Un modo destinato a lasciare un’eredità ben più lunga delle stesse istituzioni imperiali. Il sito che meglio racconta questa storia è Volubilis, ai piedi del monte Zerhoun, non lontano da Meknès, Marocco. La città esisteva già in epoca pre-romana, ma è dopo l’annessione alla provincia, alla fine del I secolo d.C., che assume un ruolo centrale. Le iscrizioni e i resti monumentali collocano il periodo di massimo sviluppo nel corso del II secolo, sotto i Flavi e gli Antonini.
Volubilis non era una città qualunque. Viveva di agricoltura, soprattutto di olio d’oliva, che veniva esportato verso la penisola iberica e Roma. Intorno al foro si disponevano la basilica, i templi, le terme. Tra il 168 e il 169 d.C. venne costruita una cinta muraria lunga più di due chilometri, capace di racchiudere un’area urbana di oltre quaranta ettari. Ma il volto più interessante della città non è quello ufficiale. È quello domestico. Nelle zone residenziali, le grandi case patrizie si articolavano attorno a cortili interni ombreggiati. Vasche decorative, impluvi per la raccolta dell’acqua piovana, pavimenti a mosaico, superfici in malta finemente levigata raccontano un’attenzione costante per il clima e per la durata dei materiali. Qui la casa non si apre verso la strada: si protegge, si organizza attorno a uno spazio centrale, fresco, silenzioso.

Resti dell’Anfiteatro Romano di Lixus, Morocco
Quando, verso la fine del III secolo, l’autorità romana si ritira da questa regione, Volubilis non si svuota immediatamente. Continua a essere abitata in epoca tardo-antica, poi cristiana, infine islamica. Per diversi secoli le sue strutture restano in uso, trasformate, adattate. È uno dei rari luoghi in cui si può seguire una continuità urbana quasi ininterrotta. Spostandosi verso ovest, lungo la costa, il quadro si fa ancora più complesso. Lixus, nei pressi dell’attuale Larache, Marocco, è un caso particolare. La città era già fenicia nel VII secolo avanti Cristo, poi cartaginese, prima di entrare definitivamente nell’orbita romana tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. Qui l’interesse principale non è politico, ma produttivo. L’estuario del fiume Loukkos offriva un porto naturale perfetto per il commercio atlantico. I Romani vi installarono grandi impianti per la lavorazione del pesce e la produzione del garum, affiancati da terme monumentali, cisterne e quartieri residenziali. Le vasche per la salagione, rivestite con malte impermeabili, costituiscono ancora oggi uno dei migliori esempi nordafricani di superfici tecniche destinate a resistere all’acqua e all’uso continuo.
In un contesto simile, la sperimentazione sulle malte idrauliche e sui rivestimenti minerali non era un lusso: era una necessità quotidiana. Più a sud-est, nella pianura fertile attraversata dal Sebou, sorgeva Banasa, identificata con il sito di Sidi Ali Boujenoun, Marocco. Fondata tra il 33 e il 25 a.C. come colonia per veterani dell’esercito di Augusto, Banasa nasce come città pianificata fin dall’origine. Foro, basilica, templi, terme si dispongono secondo un impianto regolare, pensato per stabilizzare il controllo romano sulla regione. Una delle testimonianze più preziose della sua storia è la Tabula Banasitana, un’iscrizione del II secolo d.C. che documenta concessioni di cittadinanza e rapporti giuridici tra Romani e notabili locali. Anche Banasa, come molte città della Tingitana, viene progressivamente abbandonata alla fine del III secolo, quando l’Impero ridisegna le proprie frontiere.

Il Forum di Banasa, Marocco
Volubilis, Lixus, Banasa non erano casi isolati. Erano nodi di una rete urbana estesa, collegata da strade e infrastrutture che trasformarono profondamente il paesaggio del Marocco settentrionale. Ma la vera eredità di questa stagione non è fatta soltanto di archi trionfali e colonne spezzate. È fatta di soluzioni tecniche. Nelle case romane di questa regione compaiono già alcuni elementi che diventeranno centrali nell’architettura marocchina: la casa introversa, il cortile come spazio regolatore, l’acqua come strumento climatico, le superfici continue in calce e malta progettate per resistere all’umidità e al calore. Quando il potere romano scompare, queste conoscenze non svaniscono. Restano nelle pratiche locali, nei cantieri, nelle mani di artigiani che continuano a cuocere la calce, a impermeabilizzare le vasche, a costruire attorno a un vuoto centrale. È da qui, più che da una frattura storica, che prende avvio la lunga trasformazione che porterà, secoli dopo, alle case a corte islamiche, agli hammam e, infine, alle superfici lucide del tadelakt.
Le Tecniche della Roma Africana
Calce, Acqua e Pavimenti
Nelle città romane del Marocco l’architettura non nasce mai separata dall’acqua. Ogni edificio importante presuppone una gestione attenta delle superfici, dell’umidità, della durata dei materiali. In un clima caldo, con estati secche e inverni talvolta piovosi, costruire significava prima di tutto controllare ciò che scorre, filtra, evapora. Il materiale chiave di questo sistema è la calce.
I Romani avevano perfezionato da secoli l’arte di cuocere il calcare e trasformarlo in legante. Nelle province africane questa conoscenza trovò condizioni ideali: calcari abbondanti, sabbie fluviali fini, frammenti ceramici facilmente reperibili. Le malte utilizzate a Volubilis, Lixus e Banasa mostrano una varietà sorprendente di impasti, adattati alle diverse funzioni degli ambienti. Nelle murature ordinarie prevaleva la calce aerea, mescolata con sabbia locale. Ma là dove entrava in gioco l’acqua come per vasche, fontane, pavimenti, canalizzazioni, compariva una tecnologia più sofisticata: le malte idrauliche. Il principio era semplice e insieme rivoluzionario. Alla calce venivano aggiunti materiali capaci di reagire chimicamente in presenza di umidità: pozzolana, sabbie vulcaniche oppure, più spesso in Nord Africa, frammenti finemente macinati di laterizi e tegole. Nasceva così il celebre cocciopesto, una malta rosata, compatta, straordinariamente resistente.

Pavimento Romano in Cocciopesto a Volubilis, Marocco
Questo materiale rivestiva i pavimenti delle terme, le vasche per il bagno, le cisterne, le canalizzazioni sotterranee. A Lixus, nelle grandi fabbriche per la lavorazione del pesce, le vasche di salagione erano interamente rivestite con strati spessi di cocciopesto, capaci di resistere per decenni all’azione continua dell’acqua salata. Ancora oggi molte di quelle superfici conservano una coesione sorprendente, nonostante duemila anni di abbandono. Anche nelle abitazioni private il controllo dell’umidità era una preoccupazione costante. Gli impluvi delle domus di Volubilis, destinati a raccogliere l’acqua piovana, erano rivestiti con malte impermeabili. Le vasche ornamentali nei peristili presentavano superfici levigate, prive di fughe, pensate per evitare infiltrazioni. In alcuni casi i pavimenti dei cortili erano realizzati con strati successivi di malta battuta, lucidati fino a ottenere una superficie continua, leggermente riflettente.
Queste superfici partecipavano attivamente al funzionamento climatico della casa. L’acqua raccolta negli impluvi evaporava lentamente, abbassando la temperatura dell’aria nei mesi estivi. Le pareti spesse, rivestite in calce, assorbivano l’umidità notturna e la restituivano durante il giorno. Il cortile diventava così un regolatore naturale, molto prima che si parlasse di ventilazione passiva. Lo stesso principio guidava l’architettura pubblica. Le terme erano veri capolavori di ingegneria dei materiali. Vasche calde, tiepide e fredde si susseguivano in ambienti rivestiti con strati complessi di malta idraulica, capaci di sopportare sbalzi termici continui. Sotto i pavimenti, i sistemi di riscaldamento ad ipocausto convivevano con superfici impermeabili che impedivano all’umidità di risalire.

I Bagni di Antonio, complesso Termale nel Nord Africa
In queste strutture l’acqua non era un elemento secondario, ma il cuore stesso dell’architettura. Condotte, serbatoi, fontane e scarichi formavano una rete invisibile che attraversava tutta la città. È qui che il legame con il futuro dell’architettura marocchina diventa più evidente. Molte delle soluzioni che nei secoli successivi caratterizzeranno gli hammam islamici, una successione di sale umide, pavimenti continui, rivestimenti impermeabili in calce che trovano in queste terme africane una matrice tecnica diretta. Non si tratta di semplici analogie formali. È una continuità di sapere.
Quando il potere romano si ritira dalla Mauretania Tingitana, alla fine del III secolo, gli edifici cominciano lentamente a decadere. Ma le tecniche non scompaiono. Le popolazioni locali continuano a costruire, a riparare cisterne, a rivestire vasche, a usare la calce come materiale principale per gestire acqua e umidità. Nel corso dei secoli, questo patrimonio viene rielaborato dal mondo islamico occidentale. Le grandi infrastrutture romane cedono il passo a edifici più compatti, ma i principi restano sorprendentemente simili. L’acqua rimane al centro. Le superfici continue diventano una necessità. La calce resta il legante fondamentale.
Dalla Roma Imperiale all’Islam
L’Evoluzione delle Tecniche
Quando, tra la fine del III e il IV secolo, l’autorità romana comincia a ritirarsi dalla Mauretania Tingitana, non si assiste a una rottura improvvisa. Le città perdono gradualmente il loro ruolo amministrativo, alcuni quartieri vengono abbandonati, i grandi edifici pubblici cessano di funzionare. Ma la vita continua, e con essa continuano le tecniche. Nei villaggi e nei centri che sopravvivono alla crisi imperiale, la calce resta il legante principale. Le cisterne devono ancora essere impermeabilizzate, le vasche riparate, i pavimenti consolidati. Molti edifici romani vengono riutilizzati, adattati, trasformati in abitazioni o in luoghi di culto. In questo lungo periodo di transizione il sapere tecnico non scompare: cambia forma, si semplifica, si trasmette per via pratica.

L’Arco di Caracalla a Volubilis
Con l’arrivo dell’Islam in Nord Africa nel VII secolo, questo patrimonio incontra una nuova cultura architettonica. Le città si riorganizzano, nascono nuove medine, ma alcuni principi rimangono sorprendentemente stabili. La casa continua a svilupparsi attorno a un cortile interno. L’acqua resta elemento centrale della vita urbana. Le superfici in calce e malta continuano a rivestire vasche, fontane, pavimenti. È soprattutto nell’architettura dell’hammam che questa continuità diventa evidente. Il bagno pubblico islamico non nasce dal nulla. Riprende direttamente il modello delle terme romane, adattandolo a nuove esigenze rituali e sociali. La successione degli ambienti caldi, tiepidi e freddi, l’uso dell’ipocausto, la centralità dell’acqua, l’importanza dei pavimenti continui impermeabili sono tutti elementi che trovano un antecedente diretto nelle strutture termali dell’Africa romana.
Nel Maghreb occidentale, e in particolare nelle città imperiali del Marocco, questo modello si evolve ulteriormente. A Fès, fondata nel 789, e soprattutto a Marrakech, capitale almoravide dal 1070, gli hammam diventano parte essenziale del tessuto urbano. Qui la tradizione delle malte impermeabili incontra nuove tecniche di lavorazione della calce, più fini, più compatte, capaci di offrire superfici continue, lisce, prive di giunti. È in questo contesto che nasce, tra XI e XII secolo, una tecnica destinata a diventare simbolo dell’architettura marocchina: il tadelakt.

Insediamento Romano “Sala Colonia” – Chellah, Rabat
La sua origine è legata direttamente alla qualità della calce prodotta nella regione di Marrakech, ottenuta da calcari locali particolarmente puri e cotti in forni tradizionali. Ma la sua efficacia non dipende solo dal materiale. La superficie viene compressa con pietre levigate, poi trattata con sapone nero a base di olio d’oliva, innescando una reazione chimica che rende la calce impermeabile pur mantenendola traspirante. In questa tecnica si riconoscono, trasformati e raffinati, molti principi antichi: l’assenza di fughe dei pavimenti romani, la compattezza del cocciopesto, la centralità dell’acqua come elemento architettonico. Ma il tadelakt aggiunge qualcosa di nuovo: una dimensione tattile e luminosa che trasforma una soluzione tecnica in un vero linguaggio estetico. Così, attraverso secoli di adattamenti silenziosi, le malte della Roma africana diventano le superfici lucide degli hammam marocchini. Non per imitazione diretta, ma per continuità.
Una Continuità Lunga Duemila Anni
Seguendo il filo che unisce Volubilis agli hammam di Marrakech, emerge una storia diversa da quella delle grandi rotture. L’architettura del Marocco non nasce per improvvise invenzioni, ma per trasformazioni lente, stratificate, affidate più alle mani degli artigiani che ai testi dei teorici. Le malte impermeabili delle terme romane, i pavimenti in cocciopesto, i cortili delle domus e le vasche delle città africane non scompaiono con la fine dell’Impero. Cambiano forma, attraversano nuove culture, si adattano a nuovi rituali. Nel mondo islamico occidentale diventano hammam, cortili interni, superfici continue in calce. A Marrakech, infine, trovano nel tadelakt una sintesi raffinata. In questa lunga genealogia il tadelakt non appare come un’eccezione esotica, ma come l’ultimo capitolo di una tradizione mediterranea millenaria. Una tradizione che ha saputo trasformare la tecnica in architettura, e l’architettura in cultura.
FOTO e SORGENTI: unesco.org – insap.ma – romansociety.org – worldhistory.org



