• Terme di Caracalla Cocciopesto

Antiche Tecniche a Calce: Il Cocciopesto Romano

Tra le tecniche antiche a calce, il cocciopesto occupa una posizione diversa rispetto alle finiture di superficie. Non nasce per sedurre la luce, ma per resistere. È una tecnica che unisce due elementi primari del costruire antico: la calce e l’argilla cotta. Dove la calce garantisce traspirabilità e compatibilità con la muratura, il laterizio frantumato introduce una reazione chimica capace di rendere il materiale più compatto, più resistente, più adatto al contatto con l’acqua. Il cocciopesto è una tecnica profondamente romana, non solo per origine storica ma per mentalità. È funzionale, razionale, ingegneristica. Nasce per pavimentare, impermeabilizzare, proteggere. Solo in un secondo momento diventa anche superficie estetica, riconoscibile per quel colore caldo, terroso, mai uniforme, che racconta immediatamente la sua natura. 

Storia e Origine del Cocciopesto

Il cocciopesto affonda le sue radici nell’antica Roma ed è noto nelle fonti come opus signinum. Si tratta di un impasto composto da calce aerea e frammenti di laterizio macinato, utilizzato già in epoca repubblicana per realizzare pavimenti, rivestimenti e strutture idrauliche. Nel De Architectura, Vitruvio descrive l’uso di polveri di laterizio cotto mescolate alla calce per ottenere superfici più resistenti e adatte agli ambienti umidi. Il principio è chiaro: il laterizio frantumato, grazie alle sue proprietà pozzolaniche, reagisce con la calce migliorando la coesione dell’impasto e la sua durabilità nel tempo. Questa scoperta tecnica rappresenta uno dei passaggi fondamentali dell’ingegneria romana. Non si tratta di un semplice intonaco, ma di un materiale “attivo”, capace di lavorare chimicamente anche dopo la posa.

Una Tecnica per l’Acqua, il Calpestio e il Tempo

Il cocciopesto viene impiegato ovunque sia richiesta resistenza:
nelle terme, nelle cisterne, nei canali, nei pavimenti domestici e negli spazi pubblici. È il materiale ideale per ambienti soggetti a umidità costante e a forte usura. La sua diffusione capillare nell’Impero romano è legata a tre esigenze fondamentali:

  • impermeabilizzare senza sigillare completamente
  • creare superfici continue e riparabili
  • utilizzare materiali di recupero, come frammenti di laterizio
Pavimento in Cocciopesto nella Domus Romana di Lucca (I sec. a.C.)

Pavimento in Cocciopesto nella Domus Romana di Lucca (I sec. a.C.)

Ancora oggi è possibile osservare ampie superfici in cocciopesto perfettamente conservate in numerosi siti archeologici. A Pompei, pavimenti e vasche realizzati in opus signinum mostrano una straordinaria integrità, nonostante secoli di abbandono. Nelle Terme di Caracalla, il cocciopesto è utilizzato come strato funzionale, nascosto sotto i rivestimenti più nobili, ma essenziale per il funzionamento dell’intero complesso. Queste superfici raccontano una verità spesso trascurata: il cocciopesto non era pensato per essere “visto”, ma per durare. E proprio questa onestà tecnica ne definisce l’estetica.

Dal Mondo Romano alla Tradizione Mediterranea

Con la caduta dell’Impero romano, il cocciopesto non scompare. Continua a essere utilizzato nel Medioevo, soprattutto nei contesti mediterranei, dove l’acqua e l’umidità rimangono una costante. La tecnica si semplifica, perde parte della codificazione teorica romana, ma resta viva nei cantieri. In molte aree d’Italia, della Spagna e del Sud della Francia, il cocciopesto viene tramandato come sapere pratico, adattato ai materiali locali. Cambiano le granulometrie, cambiano i colori, ma il principio rimane invariato: calce e laterizio cotto come alleati.

Come il marmorino, anche il cocciopesto non è una tecnica ricostruita a posteriori. È una pratica che ha attraversato i secoli, spesso relegata a ruoli secondari o nascosti, ma mai completamente abbandonata. Solo in epoca recente è tornata alla luce come finitura consapevole, apprezzata non solo per le prestazioni ma anche per il suo valore materico.

La Composizione del Cocciopesto Originale

Il cocciopesto (in ambito archeologico spesso collegato al termine opus signinum) è una malta “a calce” che cambia natura nel momento in cui la calce incontra un aggregato particolare: laterizio cotto frantumato. È qui che la tecnica romana diventa più di un impasto: perché il coccio macinato non è un semplice inerte, ma può comportarsi da additivo reattivo, capace di attivare una componente idraulica e aumentare durabilità e compattezza, soprattutto in ambienti umidi. 

La “Ricetta” più Antica

Le fonti antiche non danno sempre proporzioni “da cantiere” come le intendiamo oggi, ma sono chiarissime su due punti: la calce va addizionata con terracotta frantumata e l’impasto va compresso/ battuto per diventare denso e resistente. Nei riassunti delle fonti tecniche romane, la terracotta triturata appare con un nome ricorrente (testae tunsae): Vitruvio la raccomanda come aggiunta per rendere le malte più forti; Plinio e Faventino ribadiscono l’uso del laterizio pestato nelle malte. E in una citazione spesso riportata (attribuita a Plinio), l’idea è espressa in modo quasi “moderno”: anche la ceramica rotta, ridotta in polvere e temperata con calce, diventa più solida e durevole, fino a costituire un cemento adatto perfino ai pavimenti. Un dettaglio culturale importante: il termine signinum è tradizionalmente collegato a Segni, Italia (l’antica Signia, nel Lazio), località ricordata per la produzione laterizia; questo spiega perché, già nelle fonti e poi nella tradizione erudita, il nome rimandi alla qualità del coccio. 

Resti di un pavimento in cocciopesto rinvenuti nella domus del chirurgo

Resti di Cocciopesto rinvenuti nella Domus del Chirurgo – Museo di Rimini

I Tre Ingredienti “Strutturali”

  • Legante: calce (storicamente calce aerea; oggi spesso anche calci idrauliche naturali, a seconda dell’impiego). 
  • Aggregato reattivo: laterizio cotto frantumato (da polvere a granuli più grossi). 
  • Aggregato “inerte” di bilanciamento: sabbia (frequente nelle ricette di intonaco), che regola ritiro e lavorabilità. 

Il punto chiave è che la reazione tra calce e “polvere di laterizio” è lenta e dipendente dal tempo: gli studi sulle malte a calce additivate con brick dust mostrano che la componente pozzolanica è un processo progressivo, con effetti che emergono nel lungo periodo. Uno degli aspetti più trascurati nelle imitazioni è che il cocciopesto storico non è necessariamente solo polvere fine: spesso è un impasto a curva granulometrica continua, capace di compattarsi e chiudere porosità senza diventare fragile.

Le fonti classiche sono un riferimento, ma spesso lasciano spazio all’interpretazione; per questo sono interessanti gli studi sperimentali recenti che cercano di ricostruire opus signinum con più mix e più rapporti. Un lavoro sperimentale (Cambridge Core) dichiara esplicitamente di aver progettato miscele con rapporti diversi tra calce, sabbia e ceramica frantumata, basandosi su Vitruvio e Plinio e su analisi moderne di campioni archeologici. 

Ingredienti per la preparazione del cocciopesto

Ingredienti per la preparazione del cocciopesto

In ambito di cantiere contemporaneo (intonaci a cocciopesto), trovi invece ricette “operative” molto concrete. Un esempio: una scheda di preparazione in cantiere propone un impasto basato su grassello di calce + cocciopesto (0–1 mm) + sabbia (0–2 mm) con quantità definite per ottenere circa 250 kg di malta, utile come riferimento di ordine di grandezza e di equilibrio tra frazioni. Non sono “ricette romane” in senso filologico, ma sono utilissime per capire come il principio antico venga tradotto oggi in dosaggi controllati.

Calce Aerea o Calce Idraulica?

Qui vale una regola semplice: il cocciopesto storico nasce nel mondo della calce aerea, ma il laterizio triturato può introdurre una componente idraulica “secondaria”. Oggi, a seconda dell’uso, si trovano tre impostazioni principali:

  1. Calce aerea (grassello/CL 90) + cocciopesto + sabbia
    È la strada più vicina all’intonaco tradizionale, spesso scelta nel restauro dove si vuole massima compatibilità e traspirabilità. 
  2. Blend calce aerea + NHL (es. NHL 5) + cocciopesto
    Una via moderna che cerca un equilibrio tra lavorabilità “a calce” e maggiori resistenze, dichiarata in alcune schede tecniche cement-free. 
  3. NHL 3.5 + miscela opus signinum a curva continua
    Scelta spesso orientata a cicli deumidificanti e interventi dove serve un comportamento più regolare in spessori maggiori, restando nel perimetro delle calci naturali. 

Il cocciopesto nasce come tecnica anche “intelligente” dal punto di vista delle risorse: usa frammenti di laterizio, spesso disponibili in cantiere o in filiere locali. L’elemento discriminante, più che la provenienza geografica, è la qualità del laterizio: cottura, porosità e finezza della macinazione incidono sulla reattività e sul risultato (ed è per questo che in ambito scientifico si parla di testare la pozzolanicità delle polveri di mattone). 

L’Applicazione del Cocciopesto Romano

Il cocciopesto è una tecnica antica che si colloca tra intonaco strutturale, rivestimento impermeabile e finitura materica. La sua applicazione non segue una sola strada, ma si articola in base alla funzione che gli si chiede di assolvere: può essere utilizzato come rivestimento verticale o orizzontale, come supporto impermeabile in ambienti umidi, come base per pavimenti continui o come finitura decorativa. 

L'impasto del Cocciopesto pronto per la stesura

L’impasto del Cocciopesto pronto per la stesura

Prima di applicare il cocciopesto, il supporto deve essere idoneo e ben preparato. I murature di mattoni o pietra non deve presentare pitture o materiali poco compatibili; se ciò avviene, è necessario rimuovere il rivestimento precedente o applicare un primer di aggrappaggio per assicurare l’adesione. Su superfici troppo lisce o poco assorbenti si può utilizzare uno “spruzzo ponte di adesione” per favorire l’ancoraggio della prima mano di cocciopesto.  La tecnica viene spesso applicata in più strati successivi, ciascuno di spessore moderato (tipicamente fino a 1–2 cm) per favorire la presa omogenea e ridurre il rischio di fessurazioni. 

Stesura e Finiture: lo “Schiacciamento” Millenario

Una delle regole fondamentali del cocciopesto è la compressione del materiale dopo la posa. Questo gesto ha radici antichissime: nei testi classici si descrive l’opus signinum (cocciopesto) come un impasto che, una volta steso, viene battuto o compattato per rendere la superficie più densa e continuativa. Questo processo è fondamentale sia per la resistenza meccanica sia per l’azione impermeabilizzante, perché riduce porosità aperte e favorisce l’integrazione tra calce e laterizio frantumato. La granulometria stessa (frazioni di laterizio diverso in ciascuno strato) è utilizzata per ottenere una superficie che, strato dopo strato, diventa sempre più compatta e duratura. 

Il Sapone: Ruolo Funzionale e Protettivo

Una caratteristica distintiva nella lavorazione del cocciopesto, soprattutto nelle applicazioni moderne che mirano a massimizzare l’impermeabilità superficiale, è l’uso del sapone nero. Il documento tecnico e le pratiche artigianali testimoniano che dopo aver steso e compattato il cocciopesto e quando la superficie è sentita “ferma” ma non completamente asciutta, si può applicare sapone nero con una spatola insistendo fino a favorire la penetrazione nei microvasi superficiali. 

Come si presenta il cocciopesto prima di essere pressato

Come si presenta il cocciopesto prima di essere pressato

Il sapone nero (preferito rispetto al sapone di Marsiglia proprio per il rischio che quest’ultimo sbiancasse ed evidenziasse residui chiari su superfici cromaticamente saturo) svolge una funzione protettiva e consolidante, perché la sua struttura chimica interagisce con la calce e rende la superficie più resistente all’acqua e al calpestio, pur mantenendo traspirabilità. Questo accorgimento è particolarmente utilizzato nelle superfici soggette a contatto con l’umidità diretta, come bagni e locali umidi, sebbene non sia sempre obbligatorio per l’applicazione tradizionale. 

Tecniche e Difficoltà della Tecnica

A seconda dell’uso finale, il cocciopesto può essere lasciato grezzo e rustico, oppure completamente levigato. Per ambienti interni o pavimenti continui, il materiale viene passato più volte con frattazzo e cazzuola, con eventuale uso di pietre leviganti per ottenere una superficie liscia e continua.  Se la funzione principale è impermeabilizzare, il trattamento con sapone nero o con cere naturali può essere seguito da ulteriori passaggi di protezione, pur rimanendo coerenti con una logica di bioedilizia minerale.  La versatilità del cocciopesto si esprime pienamente nei suoi campi di impiego:

  • Pavimentazioni continue: come rivestimento steso in più strati, battuto e finito con sapone o cera, particolarmente adatto ad ambienti classici, bagni, locali di servizio o spazi di rappresentanza. 
  • Rivestimenti verticali: utile in bagni e spazi umidi perché combina impermeabilità e traspirabilità, e può essere personalizzato nella finitura. 
  • Supporto per mosaico o decorazioni: tradizionalmente serviva anche come base funzionale e compatta sotto rivestimenti più nobili. 
  • Malta di allettamento e ripristino: grazie alla sua compatibilità con murature in mattoni o pietra e alla capacità di assorbire l’umidità in eccesso. 

Pur essendo più accessibile di molte superfici decorative complesse come il tadelakt, il cocciopesto richiede mano esperta e controllo del materiale. La riuscita dipende dalla capacità di regolare: tempi e modalità di compressione; spessori di ogni strato; grado di umidità del supporto e momento in cui intervenire con il sapone o altri trattamenti protettivi. In questo senso, la tecnica conserva una dimensione artigianale viva: più esperienza si ha nel leggere la presa della malta e nel coordinare i passaggi successivi, migliore sarà l’integrazione funzionale tra calce, coccio e superficie finale.

Il Cocciopesto nell’Edilizia di Oggi

Dopo un lungo periodo di marginalità, il cocciopesto sta ritrovando spazio nell’edilizia contemporanea. Non come semplice richiamo storico, ma come risposta concreta a esigenze attuali. La sua versatilità, la composizione interamente minerale e la capacità di dialogare con l’umidità lo rendono oggi particolarmente adatto sia agli interventi sul costruito storico sia ai progetti di bioedilizia e architettura sostenibile.

È un materiale che non impone una forma, ma si adatta. Può essere pavimento continuo, rivestimento verticale, superficie funzionale in ambienti umidi o finitura materica di grande carattere. La sua compatibilità con supporti antichi e nuovi, unita alla totale assenza di componenti sintetiche quando realizzato secondo tradizione, lo colloca naturalmente all’interno di una visione costruttiva attenta alla durata, alla salubrità e al rapporto con il tempo.

In questo senso, parlare di “riscoperta” è solo parzialmente corretto. Il cocciopesto non è stato dimenticato perché inefficace, ma perché sostituito da materiali più rapidi e industriali. Oggi, venuta meno l’urgenza della velocità a tutti i costi, se ne riconosce nuovamente il valore: un materiale che funziona, che invecchia bene e che può essere mantenuto senza essere sostituito.

C’è poi un aspetto culturale che non va trascurato. Utilizzare il cocciopesto oggi significa anche riconoscere l’eredità tecnica dell’antica Roma, una civiltà che ha saputo unire ingegneria, pragmatismo e intelligenza dei materiali in modo ancora sorprendentemente attuale. Le superfici che ci sono giunte fino a oggi non sono solo testimonianze archeologiche, ma lezioni ancora valide su qualità, compatibilità e rispetto della materia.