Il Progetto di Carl Gerges Architects
Villa Nadia non viene “recuperata” nel senso convenzionale del termine. La struttura originaria fatta di muri in pietra, archi, volte, proporzioni domestiche ottocentesche, viene mantenuta senza essere normalizzata. Le tracce di degrado, le discontinuità e le imperfezioni diventano parte integrante del progetto.

Villa Nadia soggiorno
L’intervento lavora per sottrazione. Le nuove funzioni si inseriscono nei volumi esistenti con discrezione, evitando sovrascritture formali. Gli spazi di rappresentanza, le stanze private e le aree di servizio seguono una distribuzione che asseconda l’impianto storico, senza forzarlo verso una domesticità contemporanea standardizzata.
I materiali sono scelti per continuità culturale, non per effetto. Pietra locale, legno, intonaci minerali, pavimenti in cotto: ogni superficie mantiene un rapporto diretto con il contesto mediterraneo e con le tecniche costruttive tradizionali del Libano montano. La luce naturale, filtrata da aperture profonde e logge, costruisce un’atmosfera interna fatta di penombre, temperature stabili e passaggi graduali.

Villa Nadia – Camera da letto
Il progetto evita qualsiasi retorica del restauro “emotivo”. Non c’è nostalgia, né ricostruzione scenografica. La casa rimane una struttura resistente, che accetta il proprio passato e lo rende abitabile oggi. È in questo quadro fatto di massa, ombra, umidità controllata e spessori che alcune scelte materiche specifiche trovano senso, non come decorazione, ma come risposta a condizioni reali.
Il Tadelakt in Villa Nadia
A Villa Nadia il tadelakt non viene introdotto come scelta estetica, né come citazione colta. Viene usato per quello che è sempre stato per millenni: una superficie pensata per l’hammam. Acqua, vapore, contatto diretto con il corpo. Nessuna trasposizione simbolica, nessun adattamento forzato. Nel basamento della casa, sotto il livello principale, prende forma un hammam privato interamente rivestito in tadelakt. Pareti e pavimenti sono continui, senza interruzioni materiali, e seguono geometrie tradizionali: superfici curve, spessori leggibili, transizioni morbide tra piano orizzontale e verticale. Il materiale non “riveste” lo spazio: lo costruisce.

Villa Nadia – Hammam privato in tadelakt
Qui il tadelakt lavora nel suo campo originario. Superfici umide, temperature costanti, vapore. Il corpo entra in relazione diretta con la materia: sedute, piani, pareti diventano superfici da toccare prima ancora che da guardare. Il tatto è parte dell’esperienza, non un effetto collaterale. La pelle incontra una superficie compatta ma non fredda, levigata ma non lucida, capace di assorbire e restituire calore.
Dal punto di vista visivo, il tadelakt non cerca uniformità. La luce scivola sulle pareti con variazioni leggere, mai decorative. Le irregolarità controllate, tipiche della lavorazione manuale, costruiscono una profondità che rende lo spazio più vicino a una cavità scavata che a una stanza finita. È un ambiente che rallenta, che abbassa il ritmo, che non chiede attenzione ma presenza.

Villa Nadia – Hammam Privato
La scelta di realizzare un hammam vero, e non una spa “interpretata”, ha un peso culturale preciso. Il tadelakt nasce e attraversa secoli di architettura mediterranea e nordafricana proprio in questi spazi: luoghi di cura, di igiene, di socialità lenta. Inserirlo qui, nel Libano montano, non è un gesto nostalgico. È una continuità geografica e climatica che ha senso oggi quanto ieri.
In questo progetto il tadelakt non è protagonista perché “spettacolare”, ma perché necessario. Risponde a un uso, a un microclima, a un tipo di relazione fisica con lo spazio. È materia che accetta l’acqua, il tempo, il contatto. E proprio per questo, dentro Villa Nadia, trova una collocazione che appare inevitabile più che straordinaria.
Il Tadelakt Usato Secondo la sua Storia Millenaria
Villa Nadia è un progetto che funziona perché resta aderente al proprio contesto. È una casa in Beit Mery, in un’area dove il clima, la storia costruttiva e l’uso tradizionale degli spazi umidi fanno parte della cultura quotidiana dell’abitare. Il restauro non introduce materiali estranei né soluzioni spettacolari: lavora con ciò che è compatibile, durevole, comprensibile. In questo quadro, il tadelakt trova una collocazione precisa. Non viene usato come finitura decorativa né come richiamo esotico. È scelto perché adatto a uno spazio umido, perché lavora bene con il vapore, perché può essere toccato, lavato, vissuto senza mediazioni. Qui svolge il ruolo per cui è nato: rivestire un hammam. Il progetto dimostra che il tadelakt funziona quando è inserito in un sistema coerente fatto di spessore murario, superfici continue, controllo dell’umidità e uso reale dello spazio. Non è un materiale da applicare ovunque, ma da usare dove ha senso.
FOTO e SORGENTI: identity.ae – sphere-art.com – carlgerges.com



