CORSI DI TADELAKT ORIGINALE A TORINO

Un’avventura lunga 10 anni e oltre

“Sono ormai più di dieci anni che lavoro con il tadelakt. Grazie a esso, ho potuto perfezionare un percorso professionale all’insegna della bioedilizia e della sostenibilità ambientale. La calce e i prodotti naturali sono sempre stati al centro del mio lavoro: era destino che una tecnica antica e affascinante come il tadelakt lasciasse un segno profondo nella mia vita.”

La Scoperta Della Tecnica

La prima volta che sentii parlare del tadelakt fu nel 2007, dal maestro artigiano Franco Saladino, che aveva appena tenuto un corso di marmorino a Marrakech insieme ad altri maestri artigiani. Lì erano venuti a conoscenza di questa tecnica antichissima, che sembrava fungere quasi da sostituto locale del marmorino. Questa scoperta lì colpì profondamente e me ne parlarono in termini entusiastici.

L’argomento era molto interessante, ma all’inizio non lo presi seriamente in considerazione. All’epoca ero infatti molto impegnato con la mia attività principale, di cui mi occupo da svariati anni: il restauro di facciate d’epoca.

Inoltre, da come mi era stato descritto, pensavo che il tadelakt fosse impraticabile in Italia. Per applicare il tadelakt a regola d’arte era necessario un fondo adatto, che in Marocco viene usato normalmente come stucco ma non è molto diffuso da noi. Ciò avrebbe significato dover rifare completamente gli intonaci, in modo da creare le condizioni idonee a far aggrappare il materiale. Il mio timore era che nessuno avrebbe accettato di pagare questa ulteriore spesa per averlo.

L’approfondimento e lo Studio

Tempo dopo, fui contattato da una società di Roma che stava cercando di organizzare uno stage per un artigiano marocchino interessato alle tecniche di italiane di decorazione. In particolare, desiderava apprendere il restauro delle facciate, il marmorino e lo stucco lucido. Queste tecniche sono molto richieste in Marocco, dove esiste un mercato molto esteso per tutto ciò che riguarda il made in Italy. Fu così che conobbi Omar, una conoscenza destinata a trasformarsi in una collaborazione di anni.

Omar rimase con me per 6 mesi, imparando a padroneggiare le tecniche italiane che avrebbe potuto usare in Marocco. Nel frattempo, io mi interessavo sempre di più alla tecnica del tadelakt e al suo potenziale. Gli proposi dunque di aiutarmi a studiarla, per capire se fosse possibile importarla da noi e, successivamente, organizzare dei corsi di formazione mirati.

Essendo originario di Casablanca, Omar non era un esperto del tadelakt tradizionale. L’origine di questa tecnica è infatti circoscritta alla zona di Marrakech. Perciò decidemmo che lui si sarebbe recato a Marrakech e avrebbe lavorato per un certo periodo presso un artigiano del luogo, in modo da poter carpire i segreti della tecnica e alcune malizie del mestiere. Lui accettò: andò a Marrakech e vi rimase a lavorare per alcuni mesi. Nel frattempo era arrivato il 2009 e io avevo aperto l’Atelier del Colore, dove progettavo di organizzare un gran numero di corsi professionali e artistici.

Il Perfezionamento della Tecnica

Al ritorno di Omar, ci mettemmo all’opera per sperimentare con i fondi, che rappresentavano senza dubbio la principale difficoltà per realizzare il tadelakt tradizionale.

I primi risultati non furono molto incoraggianti: provammo diversi tipi di fondo, ma i tempi di asciugatura erano davvero troppo lunghi. Spesso eravamo costretti a restare fino a tardi, per aspettare che asciugassero abbastanza da terminare il lavoro. Dovetti aggrapparmi a tutta la mia perseveranza ed esperienza nel campo per non lasciarmi abbattere da questi risultati.

Nell’attesa di riuscire a trovare la giusta miscela, avevamo messo a punto un sistema provvisorio per iniziare a tenere i corsi.

I primi pannelli che usavamo per far esercitare gli allievi con il tadelakt erano fatti di un materiale chiamato CELENIT: un intreccio di legno e cemento, dalla superficie porosa, che permetteva alla calce di attaccarsi senza usare il fondo. Tuttavia, questa soluzione presentava l’inconveniente di non fornire un appoggio solidissimo: erano sufficienti pochi movimenti per creare delle piccole crepe nella calce in superficie. Per le esercitazioni sulle pareti usavamo invece il terranova, un impasto di calce naturale e sabbia spruzzato sul muro con la strollatrice. Anche questo, tuttavia, poteva essere solo un sistema provvisorio, perché difficoltoso e poco pratico.

La svolta arrivò con il nostro primo lavoro importante nell’ambito del tadelakt. Ci fu presentata la possibilità di decorare l’ambasciata del Marocco, con sede a Roma, che doveva essere realizzata interamente in tadelakt. All’epoca, non avevamo i mezzi per occuparci da soli di un lavoro di questa portata. Così ci rivolgemmo a un’architetta romana, ex allieva dei nostri primissimi corsi, perché si occupasse del progetto avvalendosi della nostra assistenza.

Questo cantiere svolse per noi la funzione di “palestra”: avevamo finalmente la possibilità di esercitarci e sperimentare diversi tipi di fondi in un ambiente ideale. Mettemmo alla prova svariate miscele, prodotte da 5-6 diverse aziende. Anche questa sperimentazione non fu facile: alcuni fondi asciugavano troppo presto, altri impiegavano fin troppo tempo. Ma noi non avevamo intenzione di arrenderci.

Alla fine trovammo la soluzione in una miscela della Spring Color, di cui già commerciavo i prodotti: la Calcina T6. Questo impasto aderisce in modo efficace a tutti i tipi di supporto e permette alla calce del tadelakt di ancorarvisi saldamente, senza usare altri tipi di collanti. Inoltre, per massimizzare questo effetto, trovammo il modo di renderlo ruvido passandoci sopra un rullo a grana media, molto popolare negli anni ’70 per ottenere il cosiddetto “effetto bucciato”.

L’espediente del rullo ci aprì un orizzonte completamente nuovo. Grazie ad esso, avremmo potuto applicare il fondo per tadelakt su qualsiasi superficie, senza dover rimuovere e rifare da capo i vecchi intonaci. D’un tratto, il tadelakt tradizionale era diventato molto più accessibile.

Per i corsi successivi abbandonammo i supporti in CELENIT, preferendo pannelli in legno e cartongesso.

La Nascita dei Corsi di Tadelakt Originale

Trovare la giusta tecnica per il fondo ci permise inoltre di sperimentare con l’oggettistica. Durante i corsi invitavamo gli allievi ad applicare il tadelakt non solo sulle pareti, ma anche su lavandini costruiti da zero, che poi avrebbero potuto portare a casa. I primi lavandini erano composti di sabbia e cemento, ma presentavano diversi inconvenienti. Per cominciare erano troppo pesanti, difficili da maneggiare. Inoltre, la loro superficie era troppo liscia e ci obbligava ad usare il fondo invece di applicare direttamente la calce. Una volta superato il problema del fondo, abbiamo iniziato a sperimentare sui materiali in cerca di qualcosa che fosse più leggero. Dopo vari esperimenti, che ci hanno permesso di ridurre il peso totale di un terzo, siamo giunti a una miscela di cemento naturale (più leggero e sostenibile rispetto a quello comune), aggiungendo della fibra di canapa per migliorarne la resistenza.

Inoltre, la calcina T6 permette di sperimentare con il tadelakt anche su superfici più estese. Così cominciammo a usarlo anche per creare degli splendidi tavoli. In seguito, ci venne l’idea di usare delle tessere di mosaico per abbellire ulteriormente ed impreziosire le lavorazioni in tadelakt, come omaggio al tradizionale mosaico di Fes.

A questo punto, avevamo ottenuto una base abbastanza solida per poterci costruire un futuro nel mondo del tadelakt.

Nel corso dei successivi dieci anni, l’Atelier del Colore ha ospitato centinaia di allievi e partecipato a un gran numero di cantieri, contribuendo a diffondere questa splendida tecnica non solo in Italia, ma a livello internazionale. Oggi, Athena Art rappresenta il principale punto di riferimento italiano per l’arte del tadelakt.

Questo decennio trascorso in compagnia di quest’antica e affascinante tecnica mi ha permesso di superare ostacoli e raggiungere traguardi che non avrei mai immaginato.

Ciononostante, non sento ancora di essere arrivato alla fine. Il viaggio alla scoperta di tecniche e prodotti naturali è lungo ed emozionante, e ti porta sempre dove meno te lo aspetti.

Anche dopo 45 anni, sento di avere ancora nuovi mondi da scoprire.

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